domenica 10 giugno 2012

Luigi Guiso: «Lasciate in mano ai politici le fondazioni bancarie rischiano di scomparire»


Fondazioni bancarie, intrecci politico-economici, nomine dei partiti a favore dei soliti noti con pessime conseguenze per il territorio. Se volete saperne qualcosa di più (anzi, molto di più), sulla Nuova di oggi (e riprodotta qui) c'è una bellissima intervista di Luigi Guiso che vi consiglio caldamente di leggere.

Secondo l’economista «devono uscire dal capitale degli istituti di credito, differenziare l’investimento e abbandonare la logica dei contributi a pioggia»
di Roberto Morini (da: La Nuova Sardegna, 10 giugno 2012, p. 8)

SASSARI Le fondazioni bancarie sono destinate a morire in seguito allo sperpero delle loro dotazioni finanziarie. Lo sostiene da tempo Luigi Guiso, l'economista sardo che per poche ore cinque anni fa è stato presidente del Banco di Sardegna, ritirandosi senza far rumore quando ha capito che non avrebbe avuto nessuna autonomia. Lo conferma un recente studio di Mediobanca. E la Fondazione che controlla il 49 per cento del Banco di Sardegna è minacciata da un futuro se possibile ancora peggiore. In cui hanno un peso decisivo i politici e le loro scelte.

Qual è il problema? 
«Le fondazioni dovrebbero uscire dal controllo delle banche e differenziare l'investimento per farlo rendere al meglio. E poi investire in opere di pubblica utilità, in beni pubblici, in sostegno alla ricerca e in genere in opere che vadano a beneficio delle collettività di riferimento. Il fatto che abbiano questo obiettivo e che simultaneamente abbiano il loro patrimonio investito pesantemente in una singola istituzione, crea un conflitto. Prima di tutto è una strategia rischiosa dal punto di vista finanziario e alla fine questa situazione compromette la possibilità di sostenere l'altro obiettivo, che è la vera ragione per cui le fondazioni dovrebbero esistere».

Questo è ancora più valido nel caso sardo, in cui l'investimento di tutta la propria dotazione nella banca non serve a controllare le strategie dell'istituto di credito e non produce utili. Non le sembra un errore drammatico? 
«Direi di sì. Se si ha il controllo di un'azienda c'è un premio per il controllo. Darà qualche tipo di risultato e quindi uno può essere disposto a rinunciare ai benefici finanziari che derivano dalla diversificazione dell'investimento. Ovviamente non avere il controllo e allo stesso tempo avere una partecipazione molto concentrata è una politica doppiamente miope. Non c'è nessun beneficio da un controllo che non c'è e ci sono solo gli svantaggi derivanti dal fatto che il portafoglio non è diversificato. Una strategia in cui massimizzi i due mali».

Il problema riguarda solo le fondazioni italiane? 
«Le fondazioni italiane sono congegnate in modo esattamente opposto a quello in cui sono disegnate in tutto il mondo. Una fondazione come Harvard o Guggenheim è configurata intorno al proprio obiettivo: ricerca e formazione la prima, arte la seconda. E segue una strategia di forte diversificazione per la gestione delle proprie risorse. Le fondazioni italiane sono organizzate all'opposto. Hanno una scarsissima diversificazione del proprio portafoglio, investito in una singola istituzione, mentre sparpagliano i loro interventi a tutto campo».

Vuol dire che fra un po' non avranno più soldi per la loro attività sul territorio?
«E' così: durante questa crisi, negli ultimi cinque anni, si sono molto impoverite proprio perché avevano il portafoglio concentrato in una istituzione di riferimento. L'esempio tipico è quello del Montepaschi: durante la crisi la fondazione ha perso il 70 per cento del valore della propria dotazione. Andando avanti così le fondazioni si mangerebbero tutta la loro dotazione. Parecchie di queste istituzioni non sopravviverebbero con le strategie attuali di investimento della dotazione e di contribuzione a pioggia».

Nel rapporto di Mediobanca si dice esplicitamente che la distribuzione dei contributi a pioggia è legata alla forte presenza dei politici nelle fondazioni e quindi alla tendenza a usare le fondazioni per radicare il consenso sul territorio. E' d'accordo? 
«Sì, c'è una fortissima correlazione tra la provenienza delle persone che siedono nei board delle fondazioni e le quote di trasferimenti concessi a un particolare settore. Gli aiuti alla ricerca e all'istruzione sono intorno al 23 per cento e la quota di rappresentati di quel settore è il 24 per cento. La quota di servizi collegati alla salute e al welfare è il 37 per cento, i rappresentanti il 40 per cento. Arte e cultura rappresentano il 30 per cento dei contributi e il 24 per cento dei membri dei vertici. Un meccanismo di spartizione pro quota degli aiuti».

All'estero come funziona?
«I membri dei board sono esperti di finanza: devono amministrare al meglio la dotazione della fondazione. Ai vertici non ci sono rappresentanti degli interessi dei beneficiari della politica delle fondazioni. Non solo: le fondazioni italiane sono pletoriche. Un membro di una fondazione che funziona gestisce due miliardi di euro, mentre in Italia ogni membro del board gestisce 150 milioni. E questo accade perché c'è una convenienza a occupare questi posti e a occuparne tanti. Sostanzialmente lo sperpero di denaro inizia già dalla gestione interna».

Strutture costose per strategie sbagliate?
«La governance è cattiva perché è eccessiva, pletorica e inefficiente. Ed è cattiva la allocazione: la scelta del tipo di persone riflette il modo di investire i soldi».

C'è qualche fondazione italiana che non segue queste regole perverse? «La Fondazione della Banca di Roma aveva una quota rilevante in Unicredit dopo la fusione. Poi hanno adottato una regola sensata di dismissione: per statuto dovevano vendere parte della propria partecipazione ogni volta che il valore del titolo superava una certa soglia, costringendosi così a dismissioni remunerative. Questo ha consentito di passare a un portafoglio molto diversificato. Così hanno attutito il colpo della crisi dei titoli bancari. Hanno venduto quando il titolo Unicredit valeva molto e ora si trovano con un capitale accresciuto da investire altrove. E' una strategia cosciente e automatica. Non c'era discrezionalità. Hanno scelto una regola sensata e si sono obbligati a seguirla».

Qualcuno accusa il Banco di Sardegna di avere scarsa attenzione alla pesante crisi che attraversano le imprese dell'isola. Questo avverrebbe perché le istituzioni sarde non hanno nessun controllo sulla banca. Un minor peso della fondazione non rischia di aumentare la distanza tra le strategie del Banco e le esigenze dell'economia locale?
«L'accesso al credito non dipende dalla presenza di un soggetto che forza una banca a erogare il credito quando non ci sono le condizioni. Un mercato del credito funziona bene quando c'è molta concorrenza: se una banca concede difficilmente un prestito posso chiedere a un'altra. Più c'è concorrenza, più i prestiti vengono concessi nel modo migliore e al minor costo: le banche si contendono i clienti».

Il problema sardo è dunque la scarsa concorrenza?
«Ci sono anche stratificazioni organizzative che pesano e che possono influire sulle modalità di erogazione del credito in un mercato locale. Il mercato sardo ha due aspetti rilevanti. Il primo: il Banco di Sardegna ha quasi la metà del mercato. Il secondo: il Banco ha una forte tradizione pubblica che si è adeguata al mercato con una certa lentezza. E ha una struttura particolare rispetto alla propria clientela, perché agisce da banca di riferimento per molte imprese. Si può discutere su questo modello, ma la fondazione non deve convincere la banca a erogare più o meno credito alle imprese rispetto a quanto è giusto erogare in base al giudizio tecnico della banca. La fondazione non deve interferire nei processi di erogazione del credito. La soluzione è promuovere l'ingresso di nuovi attori nel mercato del credito. In Sardegna molti si sono affacciati sul mercato, migliorandone la struttura ».

Secondo lei le fondazioni bancarie potrebbero avere un ruolo importante nell'affrontare la crisi?
«Hanno cifre rilevanti, ma si muovono male per i problemi che ho detto. Finiscono per fare male i due mestieri. Un amico mi diceva: sarà il mercato a prendersi cura delle fondazioni, prima o poi scompariranno per morte naturale».

Lei è d'accordo? 
«E' un processo di estinzione molto costoso. Io credo che vada salvato il loro ruolo. Bisogna trovare altri padroni delle banche, che facciano bene il loro mestiere».

Alcuni suoi colleghi economisti, come Francesco Pigliaru qualche anno fa alla Regione e Loretta Napoleoni oggi a Parma, per non parlare dei tecnici del governo Monti, hanno accettato di misurarsi con la gestione della cosa pubblica. Che giudizio ne dà?
«Sono scelte encomiabili. E' importante che ci siano persone che hanno ancora voglia e interesse a farlo. Tra i difetti di questo Paese c'è il fatto che chi vale e potrebbe avere un ruolo positivo nella gestione della cosa pubblica è poco disponibile a farlo. Chi ha le caratteristiche e le capacità per far bene questo mestiere non è particolarmente attratto perché il mercato della cosa pubblica è poco accattivante: si rischia di essere contaminati».

Lei sarebbe disponibile a un impegno diretto?
«No. Do già il mio impegno. Ma non intendo candidarmi ad altri ruoli».